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  La Giunta regionale della Toscana ha approvato la nuova delibera n. 14 del 13 gennaio 2014 cosiddetta “sulla vita indipendente”.
  Ancora una volta, la redazione della delibera è avvenuta senza tenere in considerazione le nostre proposte e richieste.
  Sul testo della nuova delibera, vanno rilevate due novità positive, anche se molto limitate.
  La prima consiste nell’aumento della cifra a 9 milioni di €. Tale cifra resta insufficiente.
  La seconda è che per quest’anno coloro che già usufruiscono del “contributo per la vita indipendente” non debbano ripresentare la domanda.
  È indubbio che entrambe le novità siano il frutto delle nostre lotte.
  Purtroppo, i pochi aspetti positivi finiscono sommersi da quelli negativi.
  È gravissimo che le linee guida restino quelle dell’anno scorso, da noi più volte criticate.
La nuova delibera accenna alla possibilità di richiedere l’Isee.  Ciò è molto negativo e incostituzionale, perché non tiene conto delle reali difficoltà che un disabile grave incontra in misura molto superiore rispetto a persone senza apparenti disabilità per vivere con un grado di libertà comparabile con quello di queste ultime.  Va notato che in una delibera di Giunta la Regione Toscana NON può prevedere la possibilità di chiedere l'Isee per la vita indipendente perché ciò è vietato sia dal co. 1 art. 28 L.r. 25/2011 e sia dal co. 6 art. 108 L.r. 66/2011.  E la Regione lo ha fatto nonostante il DPCM sul nuovo Isee faccia salva (e non poteva essere diversamente) l’autonomia regionale.
  Restando le linee guida dell’anno scorso, anche le cifre del minimo e del massimo non cambiano.  È previsto un finanziamento mensile massimo di € 1800,00, ed è ribadito più volte che deve essere utilizzato attraverso regolari rapporti di lavoro.  Ciò significa che sono garantite al massimo 3-4 ore al giorno di assistenza personale per le persone davvero gravi. È agevole capire che con 4 ore al giorno di assistenza personale, una persona con handicap grave non può farsi aiutare ad alzarsi, lavarsi, mangiare, far la spesa, cucinare, pulire la casa, andare a lavoro, fare un minimo di vita sociale, coricarsi ecc.  Inoltre, poiché nel corso dell’anno appena trascorso è stato sottoscritto il nuovo CCNL del lavoro domestico, a parità di cifra erogata le già insufficienti ore di assistenza personale diminuiranno ulteriormente.
  Resta anche la facoltà per le UVM (unità di valutazione multidisciplinare, organo dei servizi sociali) di assegnare cifre al di sotto del minimo mensile di € 800,00. Da possibilità circoscritta ed eccezionale, essa è diventata la prassi corrente, con una distribuzione “a pioggia” che può soddisfare solo chi ha pochissime necessità di assistenza personale.
  Inoltre, è richiesta una rendicontazione scritta del 90% della spesa sostenuta. Con le cifre previste è materialmente impossibile che chi ha gravi disabilità possa utilizzare l’assistenza personale nell’articolazione oraria più consona alle proprie esigenze senza ricorrere a prestazioni per varie ragioni non rendicontabili.
  La possibilità di continuare a fruire del finanziamento per la vita indipendente al raggiungimento dei 65 anni di età è prevista non come un diritto per le persone disabili, bensì come facoltà delle UVM di “concederla”. Perciò, accadrà che, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, molte persone con gravi disabilità si vedranno negare ulteriori finanziamenti per la vita indipendente.
  Le linee guida vigenti e, lo ripetiamo, rimaste invariate attribuiscono poteri enormi alle UVM. Così, se i disabili non si oppongono a questa prassi, quella che dovrebbe essere “vita indipendente” rischia di trasformarsi in “vita dipendente dai servizi sociali”.
  In molti punti, le linee guida operano una “sanitarizzazione della disabilità” assolutamente inutile e con la quale la Regione Toscana torna indietro di almeno 50 anni nell’approccio alla disabilità. Infatti, ormai anche la convenzione ONU sui diritti dei disabili accoglie il “modello sociale della disabilità”, cioè è riconosciuto che le disabilità non sono prodotte tanto da problemi di natura fisica e/o psichica e/o sensoriale delle singole persone ma dalle risorse che la società mette a disposizione per il superamento di tali problemi. Inoltre, ridurre tutto a una dimensione sanitaria fa diminuire di molto le possibilità di vita dei disabili, non ultimo per il fatto che fa diminuire la loro voglia di vivere. Infine, ma non certo per importanza, la sanitarizzazione della disabilità costituisce un enorme spreco di denaro pubblico sotto forma di indennità e stipendi a dirigenti ed assessori del settore che mostrano palesemente di non conoscere la materia e/o di fregarsene dei parametri imposti dall’art. 97 della Costituzione.
  Tutto ciò dimostra in abbondanza la necessità di una legge regionale specifica che garantisca la vita indipendente come diritto soggettivo perfetto.
 
Associazione Vita Indipendente ONLUS
 
Associazione Toscana Paraplegici ONLUS
 
Habilia ONLUS

 

Per quanto riguarda la nuova "Legge Regionale della Toscana 24 febbraio 2005, n. 41, "Sistema integrato di interventi e servizi per la tutela dei diritti di cittadinanza sociale"[1], va rilevato quanto segue:

Nella Legge regionale in oggetto fin dall'articolo 2 c'è scritto che i servizi sociali agiscono "favorendo l'autonoma iniziativa dei cittadini singoli o associati"[2] nel "rispetto della libertà e dignità della persona"[3]. E gli obbiettivi sono la "garanzia dell'uguaglianza, delle pari opportunità rispetto a …. stati di bisogno differenti"[4] e il "sostegno all'autonomia delle persone disabili e non autosufficienti"[5]. Nel senso che deve trattarsi di un "percorso assistenziale personalizzato"[6] perché l'azione dei servizi sociali deve avvenire attraverso "progetti individualizzati di intervento finalizzati …… allo sviluppo di forme di autonomia"[7].

Diritto, assistenza personale e valutazione dell'UVM

di Raffaello Belli
Firenze, Palazzo Guadagni Strozzi Sacrati, 14 dicembre 2012

Capisco che oggi parlare di diritto è come essere Renzo che va da Azzeccagarbugli.
Il fatto è che, se si dimentica il diritto, da un lato i disabili sono tra i primi a soccombere. E dall'altro, a forza di restringere la cerchia di chi si salva, si va a finire nell'autodistruzione per tutti.
Venendo dunque al diritto, fra gli addetti ai lavori, è noto che c'è la cosiddetta “gerarchia delle norme”, con la Costituzione al primo posto. E, all'interno della Costituzione, c'è la gerarchia dei valori, al cui vertice ci sono gli articoli 2 e 3 della Costituzione.
Nell'art. 2 Cost. i diritti fondamentali dell'uomo vengono classificati come inviolabili. Da un lato essi sono riconosciuti a tutti gli esseri umani, ed in ogni caso a tutti ii cittadini. E dall'altra l'inviolabilità sta a significare che, fatti salvi i limiti stabiliti dalla Costituzione, nessuno può mettere ulteriori limitazioni alla possibilità di esercitare e/o godere di tali diritti. Non può stabilire limitazioni in tal senso neppure il Parlamento, e neanche in sede di revisione costituzionale. Questo a significare l'importanza che, nel vigente quadro giuridico, hanno taluni diritti fondamentali.