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  Il professor Adriano Milani Comparetti (1920 - 1986) fu un grandissimo neuropsichiatra infantile, nonché un grandissimo uomo, il primo a dare piena fiducia a bambine e bambini ragazze e ragazzi spastici ed a farci diventare persone a tutti gli effetti.

  Il libro “From cure to care” di Mariana Spaducci (Edizioni Conoscenza, Roma, 2015) ha l’indubbio merito di riproporre all’attenzione del pubblico l’opera del professor Adriano Milani Comparetti, uno dei non pochissimi intellettuali di cui l’Italia si è dimenticata troppo presto.

  Il problema è che non bisognerebbe mai cadere nella logica del “purché se ne parli”.    Cioè, non è sufficiente occuparsi di un certo tema per rendere ad esso un buon servizio.

  Nello specifico, considerato il grande rigore scientifico e morale del professor Milani Comparetti, si rileva con fastidio una certa approssimazione presente lungo tutto il libro.

  Il lavoro editoriale è stato svolto in un modo inaccettabile, molto vicino alla sciatteria.    L’autrice avrebbe dovuto pretendere una cura molto maggiore.

  A distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione della monografia di Besio – Chinato “L’avventura educativa di Adriano Milani Comparetti”, Spaducci ricade nel medesimo errore di dare pochissimo spazio al punto di vista dei disabili, se si eccettua l’intervista ad Adriano Turi.    Gli spastici continuano ad essere visti solo come “bambini”, come se il tempo si fosse fermato a quaranta anni fa.    Questo è da ritenersi l’errore più grave, che falsa tutta la prospettiva.

  Nonostante le lodevoli intenzioni, il capitolo 1 sulla ricostruzione storica della disabilità pecca in più punti di notevole superficialità.    Infatti, l’autrice lascia trasparire una filosofia della storia simile a quella di Condorcet, che definiva il progresso come una linea retta.    Il capitolo in questione fissa un punto di partenza nella società preindustriale – nella quale, secondo l’autrice, solo i familiari si facevano carico delle persone disabili –, continua parlando della società industriale – sostenendo addirittura che già nell’Ottocento ci si pone il problema di far lavorare i disabili –, si finisce nell’Italia attuale per esaltare l’attuale momento come il top dell’integrazione sociale dei disabili.

  Intanto, nella società preindustriale, esistevano anche forme di partecipazione sociale ai problemi dei disabili, come ad esempio i rapporti di vicinato.    Nella società industriale, occorre analizzare molto meglio le cose.  Che la prima industrializzazione abbia fatto lavorare donne e bambini è sicuramente un dato di fatto e va collegato all’essere queste categorie di lavoratori più sfruttabili e meno organizzate rispetto ai lavoratori maschi adulti. È anche gravissimo che nel libro non si faccia alcun riferimento all’industria come enorme produttrice di disabilità, nel doppio senso di enorme diffusione degli infortuni sul lavoro e di necessità di lavoratori pienamente efficienti nell’erogazione della forza lavoro e quindi di espulsione dal lavoro di chiunque non fosse più in grado di soddisfare questa condizione. Su questi aspetti, sarebbe bastato leggere e studiare il libro scritto alla fine degli anni ‘80 da Antonio Guidi “L’altra gente”.

  Forse, questi problemi derivano solo dal fatto che la storia non si studia più.

  Il giudizio entusiasticamente positivo sulla fase attuale pare essere molto più pericoloso per i disabili e indice di una assoluta mancanza di senso critico.    Sarebbe sufficiente guardarsi intorno per constatare come siano drasticamente diminuiti i disabili in grado di lottare per far valere i propri diritti.    E ciò è diretta conseguenza di come oggi si pratica l’inserimento scolastico dei disabili.

  Pur con vari refusi anche nell’apparato critico – molti dei quali certo dovuti all’editore -, i capitoli centrali suscitano interesse, anche se il terzo non contiene nulla di nuovo per chi abbia letto le due monografie “Dalla parte dell’ultimo” di Neera Fallaci – dedicato a don Lorenzo Milani – e “L’avventura educativa di Adriano Milani Comparetti” già citata.

  Il quarto capitolo presenta un’altra gravissima approssimazione riguardo al concetto di “vita indipendente”.    Pur prendendo le mosse dalla definizione riportata dal sito internet di Consequor – non c’è traccia di visite al sito della Associazione Vita Indipendente della Toscana – , l’autrice attribuisce al termine “vita indipendente” il significato di “vivere da soli”.    Tale gravissima approssimazione si ritrova più volte anche nelle parti successive.

  In realtà, ciò indica una distorsione professionale più o meno voluta, nel senso che gli educatori o figure professionali simili vogliono continuare a gestire la vita dei disabili.

  La migliore traduzione del termine “independent living” è “vita autodeterminata”.

  Grazie proprio all’opera di Milani Comparetti, molti ex bambini spastici oggi adulti sono in grado di autodeterminare la propria vita purché si diano loro le risorse per gestirsi le o gli assistenti personali che li aiutino materialmente nelle cose che non possono fare da soli.

  Non dare conto di tutto questo è un pessimo servizio al professor Milani Comparetti e ai disabili.    Proprio il professor Milani Comparetti aveva coniato il termine provocatorio ma efficace di “protesi umana” riferito proprio alle persone che avrebbero dovuto aiutare materialmente i singoli disabili, volendo con quel termine evidenziare che l’aiuto avrebbe dovuto sottostare alla volontà autodeterminata del singolo disabile.

  Alcune scelte metodologiche suscitano perplessità.    L’apparato bibliografico è suddiviso solo in “bibliografia” e “sitografia”; mancano altre importanti suddivisioni, come quella tra “fonti primarie” (scritti dell’autore oggetto di studio) e “fonti critiche” (scritti sull’autore stesso), ed altre utili a rendere più omogenea la classificazione del materiale.    L’autrice usa la prima persona singolare, cosa poco confacente ad un lavoro che dovrebbe segnare una tappa importante nell’acquisizione di strumenti e capacità per “fare ricerca”.

 

                                                            Luca Pampaloni

 

Principali meriti del libro

Il titolo “Vivere eguali” riveste particolare importanza. Significa mettere l’accento sul fatto che, nonostante le disabilità anche consistenti, vanno poste le condizioni perché ciascuno di noi possa condurre una vita con un grado di libertà comparabile con quello delle altre persone.   Questo è anche il fine dell’Associazione Vita Indipendente ONLUS – composta interamente da disabili che aspirano a quel tipo di vita.   Ma è fondamentale far sapere a tutti i cittadini e alle istituzioni quali siano i costi reali che ciascuno di noi deve sostenere per vivere con quel grado di libertà.

Il primo merito del libro è proprio di esporre tali costi.   Le appendici sull’argomento sono frutto di un lavoro collettivo dei soci della nostra Associazione.

Può apparire strano che, nonostante le molte pubblicazioni sulla disabilità, i costi reali che una persona disabile deve sostenere per vivere in modo libero e dignitoso non siano patrimonio comune di conoscenza.   Nei miei scritti, anch’io ho trascurato questo aspetto.   Uno dei tanti possibili motivi per cui i disabili hanno in passato trascurato il problema dei costi reali per vivere è paradossalmente legato alla nostra voglia di stabilire relazioni con le altre persone.  Infatti, il fatto che l’immaginario collettivo ci vedesse come perennemente tristi ha fatto si che molti di noi abbiano cercato di mettere l’accento più sulla voglia di vivere e sugli aspetti positivi della vita piuttosto che sui problemi anche molto concreti e reali.  Questa non vuole essere affatto una giustificazione, ma molto semplicemente una constatazione per capire almeno in parte dove abbiamo sbagliato.  Perché è evidente che non far conoscere agli altri la nostra situazione reale resta l’errore più grosso che si possa fare.

Il volume contiene la prima analisi della Costituzione italiana dal punto di vista dei disabili.  Anche questo merito non è di poco conto, perché in uno stato democratico la Costituzione è l’atto fondamentale che regola la vita collettiva e le relazioni non solo tra le istituzioni ma soprattutto tra queste e i cittadini.   Questa analisi della Costituzione dal punto di vista dei disabili è affiancata da un esame dei principali documenti europei e internazionali.

Di conseguenza, l’opera evidenzia i ristretti limiti entro cui l’imposizione ai disabili della compartecipazione al costo delle prestazioni può essere costituzionalmente legittima.

Le caratteristiche del volume fin qui accennate ne fanno a mio parere un testo formidabile di educazione civica, assai più che uno strumento giuridico per soli addetti ai lavori.

Altre considerazioni

Non essendo un giurista, espongo alcune considerazioni certo secondarie rispetto ai temi dell’opera, ma che forse possono contribuire a una sua migliore comprensione.

1. Dalla disamina dei vari documenti giuridici internazionali e sovranazionali che Raffaello fa, emerge una contraddizione interessante: i documenti più recenti contengono vari riferimenti espliciti ai disabili e alle disabilità; ma nessuno di tali documenti contiene disposizioni di precettività e bellezza paragonabili agli articoli 2 e 3 della Costituzione italiana.

Questa contraddizione può essere spiegata facendo riferimento ai diversi momenti storici in cui tali documenti hanno visto la luce.

La Costituzione italiana fu elaborata in un momento storico in cui l’esperienza del fascismo e della lotta per abbatterlo aveva reso evidente l’insufficienza dell’ideologia liberale ed aveva portato in primo piano i bisogni e le speranze delle persone appartenenti alle classi sociali lavoratrici.   Perciò,– come Deidda rileva nella sua prefazione – i padri costituenti avevano chiaro che l’affermazione “tutti gli uomini nascono uguali” non è vera e che molto dipende dalle condizioni in cui le donne e gli uomini si trovano a vivere in concreto.  Da tali constatazioni, scaturirono il bellissimo secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione e anche l’articolo 2 che lega le libertà inviolabili all’inderogabilità del dovere di solidarietà.

Tuttavia, proprio per il momento storico in cui fu concepita, la Costituzione non contiene accenni rilevanti ai disabili come li conosciamo oggi.  Non poteva contenerli, perché o non esistevamo, o coloro che c’erano non erano socialmente visibili.   Però, negli anni successivi, proprio la Costituzione ci ha consentito di vedere la luce delle relazioni sociali.

Viceversa, i documenti giuridici internazionali e sovranazionali esaminati in questo libro – chiedo scusa se non li cito uno per uno – accennano sì più volte ai diritti dei disabili, ma lo fanno senza garantirne l’attuazione concreta e continuativa.

Va ricordato che tali documenti sono stati redatti tutti dagli anni ‘90 in poi.   Da un lato, a quell’epoca i disabili erano molto più visibili rispetto al 1947 – anno di nascita della Costituzione italiana.   Dall’altro però, la fine dei regimi di cosiddetto “socialismo realizzato” e – per l’Italia – la violenta repressione dei movimenti degli anni ’70 avevano riportato in auge l’ideologia liberale e liberista: il mercato tornava ad essere il regolatore per eccellenza delle dinamiche economiche e sociali.   Perciò, i documenti giuridici sopra citati tornano a dare per acquisito ciò che invece è da conquistarsi giorno per giorno e che richiede un grosso intervento da parte di tutta la collettività.

2. La Convenzione ONU sui diritti dei disabili si differenzia dagli altri documenti giuridici internazionali per un aspetto.  Infatti, per la prima volta a livello di Nazioni Unite, parte delle risorse sono state utilizzate per far partecipare alla redazione del documento persone disabili provenienti da tutto il mondo, proprio perché si è ritenuto che nel campo specifico delle disabilità fosse necessario elaborare il documento tenendo in debito conto le specifiche competenze dei diretti interessati.

Questo delle competenze è un punto molto importante che va rivendicato con molta più forza dai disabili e che tutte e tutti coloro che ritengono di essere loro “alleati” dovrebbero riconoscere ed apprezzare.

3. Se la Costituzione italiana è così chiara, perché le leggi e le azioni di governo sono spesso in aperto contrasto con essa?

In questo Paese, il “sovversivismo delle classi dominanti” vanta una lunga tradizione.   Per non andare troppo indietro nel tempo e magari fuori tema, ci limitiamo a ricordare che, dopo il varo della Costituzione, dovemmo attendere oltre dieci anni per vedere istituita la Corte Costituzionale – a cui spetta il compito di verificare la conformità delle singole leggi alla Costituzione.   Tale enorme ritardo fece sì che nei primi quindici anni della Repubblica le leggi applicate in concreto fossero apertamente incostituzionali.

Poi, quando politica e magistratura cercarono di attuare la Costituzione, gli altri settori delle classi dominanti non esitarono a sabotare questo processo con l’evasione fiscale, la corruzione, i tentativi di golpe, le stragi.   Tutto ciò ha determinato il passaggio alla cosiddetta “seconda Repubblica”, caratterizzata dalla progressiva opacizzazione dei meccanismi di partecipazione alla vita politica.

Quindi, il numero di leggi e decreti in contrasto con la Costituzione è tornato ad essere enorme.   Proprio tale smodata quantità di atti giuridici incostituzionali rende quasi sempre vano il ricorso alla via giudiziaria da parte dei cittadini con più difficoltà.

Ritengo che questo della mancata sanzione delle norme incostituzionali sia uno dei più gravi problemi del nostro Paese.

 

Luca Pampaloni